La personalità politica di Aldo Moro resta una delle più significative della storia d’Italia. Rimangono impresse a coloro che lo hanno incontrato e vissuto la sua calma impressionante, la sua abilità e intuizione politica, le sue capacità di mediatore, il carisma nascosto dietro un’apparente mansuetudine.

A esattamente quarant’anni dall’uccisione del presidente della DC, trovato morto nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani a Roma, i fatti ci sembrano noti, rimossi dagli archivi solo nel momento delle commemorazioni. Tutto appare già chiaro: la piena responsabilità delle Brigate Rosse resta indiscussa e più che palese. Eppure forse, anche dopo quarant’anni, tutta la verità non è ancora venuta a galla. Le varie ricostruzioni relative sia al sequestro, sia all’uccisione dell’onorevole Moro presentano ancora numerose incongruenze. Incongruenze che dimostrano una semplice cosa: ad uccidere Aldo Moro non sono state solo le Brigate Rosse.

Secondo quanto dichiarato da Gero Grassi, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, in un’intervista, “il giorno del sequestro del presidente della DC a via Fani c’erano anche le BR”. Una congiunzione che lascia presumere che le responsabilità del caso siano da ricercare in un qualcosa di più profondo, più potente. Un qualcosa che potrebbe, perché no, venire dall’alto. A parlare in questo caso sono le ricostruzioni dell’agguato del 16 marzo 1978: le testimonianze dei brigatisti non coincidono con le dinamiche dell’attentato. Sempre secondo Grassi, inoltre, gli attentatori avrebbero dovuto avere una grandissima abilità con le armi, in quanto sono riusciti ad uccidere perfettamente tutta la scorta senza nemmeno scalfire Moro. Abilità che certo non si addicono a dei brigatisti, ma a persone più esperte in quell’ambito, addestrate magari.

Ancora aperta è la questione relativa al bar Olivetti, il bar all’angolo di via Fani. Sembrerebbe un elemento a dir poco insignificante. Eppure, pare sia partito tutto da quel bar, frequentato da Tano Badalamenti, boss mafioso, Massimo Carminati, boss della Banda della Magliana, e gestito da due uomini affiliati ai servizi segreti italiani. Il bar, già aperto all’ora dell’agguato, pare sia servito da luogo di appostamento per gli attentatori.

E ancora, Gero Grassi evidenzia la questione relativa alla “prigione” di Aldo Moro, in via Montalcini. Il covo era situato in un palazzo, che fu interamente perquisito dalle forze dell’ordine. Ogni singolo appartamento. Tranne quello, in cui c’era la prigione di Moro. La mancata perquisizione pare provenga da un ordine dall’alto e nel rapporto finale fu presentata la seguente motivazione: in casa non vi era nessuno.

Potremmo porci alcune domande a questo punto. Domande spinose, ma giuste: c’è allora lo zampino dei servizi segreti, della mafia e di altre associazioni criminali? La morte di Moro è stato un tentativo ben riuscito di intimidazione nei confronti dello stato oppure qualcosa di più grande, come ad esempio un piano dei servizi segreti americani e italiani per eliminare Moro, le cui mosse politiche (il “compromesso” con la sinistra) interferivano con gli interessi economici dell’Italia e degli Stati Uniti? Cosa precisamente si voglia nascondere, non potremo mai saperlo. Ma forse potremmo rispondere con una domanda, un’altra che si aggiunge a questa lista infinita. Un grande apparato governativo, l’organizzazione della politica italiana di quegli anni ha fatto davvero tutto il possibile per poter liberare l’onorevole Moro dalla prigionia delle BR?

Dario Gargiulo IV A Classico

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