Marielle è stata barbaramente uccisa a Rio dopo aver combattuto per i diritti delle  donne e delle persone di colore.

La notte tra il 14 e 15 marzo  scorso Marielle Franco, una giovane giornalista che ha combattuto fino all’ultimo istante per i diritti della gente come lei, povera e di colore, è stata assassinata in Brasile con dieci colpi di pistola. Marielle Franco era nata e cresciuta alla Merè, un piccolo paese del Brasile con 130.000 abitanti, nient’altro che un complesso di favelas. Quella sera era in compagnia del suo autista, Anderson Gomes, anche lui assassinato da quei quattro colpi di pistola provenienti da una macchina sconosciuta. Erano appena usciti da un dibattito su quello che per Marielle era un tema fondamentale: la violenza sulle donne. Era il 2016, appena due anni fa, quando la povera giornalista ricevette 46.000 preferenze alle comunali, diventando la quinta candidata più votata. Militava in un partito di sinistra, il Psol, il quale combatte da sempre per i diritti umani. Intanto tutti si chiedono chi sia il mandante dell’uccisione di Marielle, se la polizia corrotta o i narcos, poiché quattro giorni prima di morire, la Franco aveva denunciato la morte ingiustificata di due giovani per mano della polizia. Pochi dubitano che questo omicidio sia di tipo politico, dato che è un omicidio che segna un prima e un dopo per la democrazia brasiliana, come scrive anche la rivista l’INTERNAZIONALE. L’omicidio, quindi, dimostra che il Brasile non è solo un’affascinante meta turistica ma ormai è diventato uno dei paesi più pericolosi al mondo e Rio una vera e propria città corrotta.
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