canzoneE’ giunta l’ora dell’annuale appuntamento col festival di Sanremo, che è ormai arrivato alla sua sessantottesima edizione. Come ogni anno sarà un’occasione per riscoprire la bellezza della musica italiana. Nell’attesa di scoprire le canzoni che riserverà al pubblico e quale sarà il singolo che ne uscirà vincitore, si può tentare di analizzare i testi di alcune delle canzoni italiane più belle, al fine di svelarne l’enorme valore poetico e alcuni profondi significati che spesso non traspaiono a un ascolto superficiale, cercando di individuare “quel filo” che collega la musica alla letteratura.

“In mezzo al mondo” di Biagio Antonacci

In questo singolo si possono mettere in luce alcune affinità con la storia di Dante e Beatrice. Esso, infatti, esprime i pensieri di un ragazzo che non riesce a dichiarare i propri sentimenti alla persona di cui si è innamorato. Ma andando più nel particolare, ci sono alcuni versi particolarmente affascinanti che denotano questo rapporto. Ad esempio nella frase “Grazie a questo straniero sorriso ho capito che c’è il paradiso” l’autore paragona implicitamente la donna a un angelo, il cui serafico sorriso è capace di aprirgli le porte del paradiso, trasportandolo in un mondo trascendente, irreale, elevandolo quasi a uno stato di estasi. Questa visione ricalca quella del terzo stadio dell’amore descritto da Dante nella “Vita nuova”: la donna è un angelo, e l’amore che l’uomo prova per lei lo innalza fino a permettergli di ricongiungersi con Dio. Non a caso è proprio Beatrice la guida di Dante in paradiso, nella “Divina Commedia”. Solo grazie a lei il poeta può ottenere la salvezza.

Un altro elemento interessante della canzone è l’incisiva espressione “In mezzo al mondo”, che nel ritornello si ripete tre volte; un numero particolarmente significativo nella poetica dantesca, in quanto richiama la Trinità. “In mezzo al mondo” indica però anche il posto in cui Dante “ritrova” Beatrice, dopo la morte di quest’ultima, cioè il Purgatorio (precisamente il paradiso terrestre, che si trova sulla cima della montagna del Purgatorio), che nella geografia dantesca si trova esattamente al centro dell’emisfero australe, circondato dalle acque dell’oceano.

“Il regalo più grande” di Tiziano Ferro

Questo brano deve in parte la sua notorietà e la sua bellezza a un verso che può essere considerato uno dei più dolci e romantici di tutta la musica italiana: “Vorrei donare il tuo sorriso alla Luna perché di notte chi la guarda possa pensare a te”. In queste parole viene espresso in maniera sublime il desiderio di un innamorato di esaltare iperbolicamente la propria amata, capace di consolare chiunque stia passando un momento buio (a questo fa riferimento l’espressione “di notte”), di elevarla fino alle stelle, di far conoscere a tutto il mondo la sua bellezza, a cui nessun uomo può rimanere indifferente. Essa presenta però delle somiglianze innegabili con una delle frasi più celebri del cantore d’amore per eccellenza, William Shakespeare, che si trova nella sua opera più famosa, “Romeo e Giulietta”: “Quando non sarai più parte di me ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle: allora il cielo sarà così bello che tutto il mondo si innamorerà della notte”.

“La solitudine” di Laura Pausini

Il tema di questa canzone, come suggerisce il titolo, è la solitudine; una solitudine provocata dall’abbandono della persona amata. E’ un tema originale e delicato, per nulla facile da trattare. Proprio per questo motivo essa può essere messa a confronto con “Solo e pensoso”, uno dei più conosciuti sonetti di Francesco Petrarca, uno dei pochi autori che ha avuto il coraggio ed è stato in grado di mettere al centro di una sua poesia questa tematica. Nel brano la percezione delle cose che circonda la persona sola assume una sfumatura mesta e malinconica, che rispecchia il suo stato d’animo: “il treno delle 7.30 […] è un cuore di metallo senza l’anima nel freddo del mattino grigio di città”, “A scuola il banco è vuoto”; così come i “monti e piagge/ e fiumi e selve” di Petrarca.

La solitudine spinge poi a evitare le altre persone; “Sfuggi gli sguardi” dice il testo della canzone; mentre Petrarca scrive: “e gli occhi porto per fuggire intenti/ ove vestigio uman l’arena stampi./ Altro schermo non trovo che mi scampi/ dal manifesto accorger de le genti”. In entrambi i casi, infine, nonostante loro cerchino di restare soli, l’amore non li abbandona mai: nella canzone, ad esempio, si dice “tutte le idee si affollano su te”, in riferimento alla persona amata; Petrarca, dal canto suo, scrive: “Ma pur sì aspre vie né sì selvagge/ cercar non so ch’Amor non venga sempre/ ragionando con meco, ed io con lui”.

“Il tempo non sente ragione” di Eros Ramazzotti

Questo singolo è un’esortazione a godersi la vita e ad approfittare di ogni occasione offerta dal presente, perché non si ripresenterà un’altra volta. L’autore invita in particolare ad amare senza riserve. Per il suo contenuto la canzone può essere accostata alla celeberrima ode di Orazio, “Carpe diem”. Ciò si può riscontrare in alcuni dei versi più esemplificativi del testo: “C’è un amore per ogni stagione, l’importante è viverlo perché il tempo non sente ragione e passando lo ruberà. E c’è un treno per ogni stazione, che si ferma un attimo e che poi ripartirà”; “Vedi amico caro, fa presto che il frutto è raro: coglilo adesso o mai”. L’ultima frase mette in evidenza un’altra caratteristica in comune con l’ode oraziana, l’impostazione allocutoria: infatti entrambi si rivolgono direttamente a una persona, alla quale riservano il loro saggio consiglio.

“Chiamami ancora amore” di Roberto Vecchioni

In questa canzone, che è un vero e proprio inno all’amore, quest’ultimo viene considerato una forza capace di allontanare i mali della vita e del mondo. Ecco l’invito che nel testo viene rivolto alla persona amata: “chiamami ancora amore, chiamami sempre amore, che questa maledetta notte dovrà pur finire, perché la riempiremo noi da qui di musica e di parole”. Per questo motivo essa può essere accostata a uno dei carmi più intensi del “liber” catulliano, “Viviamo e amiamo”. Il senso più profondo di questa poesia, infatti, sta nel fatto che l’amore viene esaltato perché in grado di vincere attraverso i baci la paura della morte, ovvero la”nox […] perpetua” (notte perpetua) a cui fa riferimento Catullo, le critiche degli opprimenti moralisti, l’invidia e il malocchio. Allo stesso modo, nella canzone si afferma che “questa maledetta notte” può essere superata grazie a “musica e parole” d’amore.

“Unica” di Antonello Venditti

Questo testo, come suggerisce il titolo, intende celebrare l’unicità della persona amata, considerata speciale. Ed anche dopo la fine della relazione con questa donna “unica”, il protagonista della canzone continua a preoccuparsi per lei, e si chiede se ci sarà un altro uomo che possa farla sentire speciale come ha fatto lui, attraverso una serie incalzante di domande: “Tu, ora dove sei? Se vivi un’altra storia, con chi stai? Chi ti prenderà? Chi ti stringerà? Chi ti griderà: “Sei unica!”?”. Questo atteggiamento ricorda molto quello assunto da Catullo nel carme 8 della sua raccolta di poesie, in cui, sforzandosi di dire definitivamente addio a Lesbia e all’amore che prova per lei, fonti di profonda sofferenza interiore, rivolge alla donna amata questa serie di accorate domande: “Quis nunc te adibit? Cui uideberis bella? Quem nunc amabis? Cuius esse diceris? Quem basiabis? Cui labella mordebis?” (Chi ti verrà a cercare adesso? Chi ti troverà carina? Con chi farai oggi l’amore? A chi dirai: «Sono tua»? A chi darai i tuoi baci? A chi morderai le labbra?).

“A te” di Jovanotti

In questo romanticissimo testo vengono elencate tutte le qualità della donna amata e gli effetti da lei provocati nella vita dell’innamorato. L’infinita dolcezza e l’invocazione diretta alla persona amata, attraverso l’incisiva espressione “a te”, che si ripete per ben ventiquattro volte in tutta la canzone, che contraddistinguono questa canzone sembrano rifarsi all’inno a Venere, che si trova in apertura del poema “De rerum natura” di Lucrezio. Infatti il poeta latino si rivolge alla dea dell’amore attraverso il pronome “te” (oppure “tu”, “tibi”) dodici volte. Ma la poesia di Lucrezio è caratterizzata soprattutto dalla dolcezza e dall’armonia delle parole con le quali descrive i benefici che Venere, attraverso la sua opera, porta alla natura e all’umanità.

La centralità della natura e della sua bellezza è poi un altro tratto in comune esistente tra le due opere. Nella canzone, ad esempio, si dice: “Le forze della natura si concentrano in te, che sei una roccia, sei una pianta, sei un uragano, sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano”; mentre uno dei passi più suggestivi del brano di Lucrezio recita: “tibi suavis daedala tellus/ summittit flores, tibi rident aequora ponti/ placatumque nitet diffuso lumine caelum” (per te la terra industriosa/ suscita i fiori soavi, per te ridono le distese del mare,/ e il cielo placato risplende di luce diffusa).

“Il volo” di Zucchero

In questo testo spicca sicuramente l’intensità del ritornello, che fa: “Sogno qualcosa di buono che mi illumini il mondo, buono come te… Che ho bisogno di qualcosa di vero che illumini il cielo , proprio come te”.  In queste parole si può rintracciare la stessa aspirazione a raggiungere qualcosa di autentico nella vita, lo stesso bisogno di assoluto, di eterno, la stessa ansia di trovare un approdo stabile nella propria esistenza, la stessa volontà di distaccarsi dalla vanità e dalla futilità delle cose terrene, che permeano i sonetti più intensi del Canzoniere di Francesco Petrarca.

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