Ecco i testi scritti da Martina Lovisi della 4A classico, con i quali la nostra allieva è risultata vincitrice del primo premio (con i complimenti della commissione) per la sezione “Prosa” del 19° Premio letterario “Vincenzo Rispo”, concorso organizzato dalla Associazione degli ex alunni del liceo classico Garibaldi di Napoli. La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 25 novembre 2017 presso il liceo Garibaldi.

La riscrittura operata da Martina di alcuni tra i più noti miti del mondo greco antico ci aiuta a riflettere sull’attualità della cultura classica che, come tutte le grandi letterature, parla di noi uomini, della nostra vita, del nostro stare al mondo. (ndr)

IL LAMENTO DI DANAE

È buio. L’unica luce, una lampadina che penzola impiccata. L’aria umida sa di rancido, di ossigeno consumato da troppi polmoni costretti in questo spazio minuscolo, i meandri dello scafo di un peschereccio. La pancia di una balena. Percepisco il calore appiccicoso di membra altrui aderire alle mie, pelle contro pelle: siamo talmente vicini da sentirci i battiti di cuore a vicenda. In quest’unico bolo di pelle scura, non ho più un’identità. Sono spoglia di qualunque espressione perché identica a quella di tutti gli altri, spoglia di un nome che ha perso di significato, spoglia di un passato che mi sono lasciata alle spalle.

L’unica cosa che rende la luce del mio sguardo diversa, l’unica cosa che mi rammenta chi sono, l’unica cosa degna di essere ricordata della donna che ero, è il fagottino avvolto nella copertina rossa che stringo tra le braccia tremanti. Nessuno deve toccarlo, nessuno deve contagiarlo con il proprio destino. Il mio bambino. È per lui, solo per lui che mi sono imbarcata. È solo per lui che ho trovato la forza per ripudiare un futuro di miseria, dolore e sofferenza. È solo per lui che ho raccolto il coraggio per fuggire da un uomo della cui violenza il mio corpo debole conserva ancora il passaggio. È solo per lui che prego il mio Dio. È solo per lui che non ho perso la speranza.

Il mare si fa agitato. Riesco a sentire le onde alte infrangersi contro il legno marcio che aderisce precario alla mia schiena, pronte ad inghiottire me ed il mio tesoro più prezioso. Ad ogni scossone violento, ogni goccia salata che filtra tra le assi di legno piovendomi addosso, il mio cuore interrompe la sua sorda corsa, perde un battito.

Il legno cederà.

Cadremo.

L’acqua scura, pece, ci inghiottirà.

Non so nuotare.

Il mio bambino affogherà.

È quando sento gli occhi pungere di lacrime disperate, che chino lo sguardo su di lui. Febbrilmente disegno con le punta delle dita, senza osare sfiorarli, i tratti delicati di quel volto innocente: imparerei a nuotare, a volare, affronterei sola la furia di Dio, solo per ammirare il visino del mio bambino, ancora ed ancora. Ha i piccoli occhi chiusi, gli esili pugni rilassati, l’espressione priva d’increspature. Dorme. La tempesta infuria, fuori. Il terrore mi dilania, dentro. E il mio piccolo bambino dorme, cullato dal calore della sua mamma. La copertina rossa sembra brillare nella semioscurità.

«Continua a dormire» non posso evitarmi di sussurrare al suo piccolo orecchio «Dormi, bambino mio, e che quiete abbia il mare. E che il male senza fine, riposi.»

L’oscurità, ora, ci inghiotte del tutto. La lampadina si è spenta. Ma io continuo a cullare il fagottino, continuo a mormoragli dolci frasi all’orecchio. Le mie labbra, oltre il velo di lacrime, si curvano in un dolce sorriso nel sentire le sue piccole dita afferrarmi il naso, mosse da fili di sogni, tirandolo leggermente, infondendomi coraggio senza saper parlare.

Continua a dormire.

~o~

ORFEO E EURIDICE

L’avete mai visto? L’avete mai visto quello sguardo?

Non potete rispondere con “forse”. Se così fosse ne sareste perfettamente consapevoli. È un’immagine che non si schioderà mai dalla vostra mente. Qualcosa d’impossibile da dimenticare, da cancellare dall’anima. Non ha importanza come questo si presenti, a chi appartenga, di che colore sia: sguardo nero di cielo di luna nuova non privo di stelle trapuntate; ciottoli di un grigio magnetico capace di attirare con la loro freddezza le più brucianti passioni; occhi di caldo nocciola che avvolge sinuoso in confortevoli spire; bluastre pozze marine inesplorate che celano tesori pronti ad essere rinvenuti dai più accorti scrutatori; verdi medaglie rilucenti di luci bizzarre e spighe di grano. Sono un paio di biglie colorate che perseguitano Morfeo, impedendogli di sopraggiungere senza di loro, stregando irrimediabilmente menti e cuori.

Io li ho visti. Mi era impossibile ignorare quegli occhi grigi, sassi marini bagnati di raggi lunari. Sembravano fissarmi anche nella solitudine e nel buio della mia stanza, di notte.

Ogni volta che la luce splendente del sole lasciava spazio a tenebre cariche di ombre, tutte che sembravano appartenere a lei, un nome abbandonava le mie labbra sottili distese in un sorriso estasiato, il suo.

«La mia musa», la chiamavo, gli occhi innamorati nei suoi.

Ma non riuscivo più a scrivere, la chitarra abbandonata nell’angolo della stanza a prender polvere: sembrava che le Muse mi avessero sottratto quel dono, tanto decantato da riviste, in cambio della sua compagnia. E a me andava bene.

«Componi una canzone per me.» mi aveva sussurrato una notte all’orecchio, la voce dolce come zucchero filato, e io acconsentii. «Un giorno», le dissi.

La Luna ci fu testimone, accarezzando languida con i suoi raggi il suo morbido corpo diafano, soffermandosi sui suoi occhi argentei, rivendicando la loro appartenenza a Diana.

La Luna lo udì, quel giuramento strappatomi dal filtro d’amore che impregnava le sue labbra carnose, il suo profumo delicato, la morbidezza dei suoi riccioli mori e quei dannati, bellissimi occhi per i quali mi sarei volentieri venduto l’anima. E lo avrei fatto. Lo farei tutt’ora per lei, per altri pochi minuti al suo fianco.

Lo udì, la Luna, rimanendo immobile, fissa, imperturbabile, profetizzando amore. E dolore.

Destino infame.

Ho ripreso a comporre.

Le mie mani non smettono per un istante di pizzicare corde, la mia voce non conosce riposo.

E le mie lacrime salate continuano instancabili a scavarmi acide le guance. E i miei occhi morti continuano a cercare futilmente la loro luce perduta. E pezzo per pezzo la mia anima si perde in spirali di mancanza di qualcosa che, no, non potrà mai essere sostituito, rimpiazzato.

La mancanza di uno sguardo, di quello sguardo. È questo che canto.

Canto la mia agonia. Dalle braccia mi è stata brutalmente sottratta, strappata da altre più vigorose delle mie, braccia crudeli e prive di scrupoli che hanno rivendicato la proprietà su di lei che un oggetto non era.

Le è bastato inciampare – un sorriso distratto in tram, uno sguardo posato su chi ne era indegno – perché il Fato la mordesse letale.

Destino infame.

Neanche nel regno d’etere di Morfeo riesco a immergermi nelle sue pozze magnetiche. Lei c’è, ne ho la dolorosa consapevolezza, ma non è che un’ombra sfocata ai margini dell’obiettivo di una fotocamera. Quante volte mi sono voltato verso di lei, quante volte ho provato a metterla a fuoco. Ma ogni singola volta, ecco, mi scivola tra le dita, un eco della sua voce pronuncia il mio nome. Una voce, la sua, che sta sbiadendo sempre più dalla mia memoria.

Questo, anche, mi lascia desto nel buio: perderla, perderla per sempre cancellandola dai miei ricordi. Il suono della sua risata sbiadisce facendo posto ad irruenti rumori di una città che non conosce il silenzio luttuoso; la luce che le illuminava il volto mentre suonavo per lei, perde il suo dolce luccichio soppiantato dal flebile bagliore che ogni giorno, imperturbabile, filtra tra le imposte; il calore dei suoi abbracci ha abbandonato il mio cuore ormai freddo e marmoreo come una lapide, la sua.

Strappatemi via timpani, occhi, pelle. Nulla è più degno di essere percepito senza di lei, nulla è degno di sostituire le sue istantanee di vita quotidiana, dettagli trascurati di cui ora soffro terribilmente la mancanza.

Destino infame.

Io ora canto, compongo per lei, come le avevo promesso.

Canto la mia agonia, attendendo che qualche dio abbia pietà di me e me la restituisca.

O mi ricongiunga a lei.

 ~o~

 APOLLO E DAFNE

L’asfalto viene divorato velocemente dalle gomme dell’auto. Troppo velocemente. Le luci della città non sono che dritte linee luminose che si rincorrono sui finestrini scuri di tenebre. Sto scappando. Il sottile metallo della vettura non scherma il mio collo morbido dalla lama del suo respiro affannato, carico di putrida lussuria, promessa di un dolore che non sono disposta a sopportare. Ad ogni battito di ciglia, ecco che il suo sogghigno mi si dipinge sui sipari di carne. I fari della sua auto sono sempre più vicini, incombono inesorabili. Non riesco a seminarlo. Non riuscirò mai a farlo, a fuggire da lui.

Le nocche sono bianche stringendo il volante, tremano. Tremo.

Ancora una volta, ho paura.

Sono mesi che mi perseguita.

All’inizio erano solo messaggi insistenti sui social, poi incominciarono ad arrivare pacchi e mazzi di fiori da parte sua, regali per i quali non sapevo se sentirmi lusingata o stranita. Era un bel ragazzo, rampollo di una delle famiglie più ricche della zona, uno di quelli abituati a possedere chiunque e qualunque cosa desideri. Ma non me. Non avrei lasciato che una tacca alla sua cintura portasse inciso il mio nome. Ho smesso di rispondere ai suoi messaggi, di accettare i suoi doni, che rispedivo al mittente. Ma non bastava. Ha continuato, più aggressivo, molesto. In qualche modo è riuscito ad ottenere il mio numero di cellulare, anche se lo cambiavo continuamente, a rintracciare ogni account che ricreavo nel tentativo di continuare la mia vita normalmente.

Il cappio intorno al mio collo ha preso a stringersi quando ha iniziato a pubblicare su internet, ovunque, foto mie scattate senza che ne fossi consapevole. C’ero io, io, io e ancora io. Io che sorseggiavo il caffè in terrazza con ancora indosso il pigiama, la mattina; io piegata sui libri di scuola nel giardino dietro casa; io in biblioteca, a scuola, in mensa, al cinema con le amiche. Iniziai ad isolarmi, a chiudermi in casa, costantemente perseguitata dalla paura di imbattermi in lui, di offrirmi in pasto all’obiettivo della sua macchina fotografica.

Mi sentivo spiata persino nella mia camera, inutile sigillare le imposte, come se anche quel luogo fosse stato profanato. Ne ho avuto la conferma quando iniziai a notare la mancanza di oggetti in casa, poi, la comparsa di un suo biglietto sul comodino di fianco al mio letto, un odore di dopobarba costoso che impregnava la federa del mio cuscino.

La paura, strisciante, mi aveva del tutto avvinghiata, iniziando a stritolarmi in quella che si prospettava essere una lunga agonia.

Ho provato a scrivergli dicendo di smetterla, che lo avrei denunciato. Ma lui sapeva che in realtà non avrei potuto fare niente contro il suo nome. Avrebbe smesso, mi ha detto, solo se avessi scelto di incontrarlo almeno una volta. E io, ingenuamente, ho acconsentito.

È a causa di questa mia ingenuità se ora sto tentando inutilmente di fuggire. Come ho potuto credere che, dopo tutto quello che ha fatto, mi avrebbe semplicemente lasciata andare? Ingenua, sciocca. Disperata, spaventata.

I suoi paraurti sono ad un soffio dai miei, ora.

Mi prenderà.

Non mi lascerà mai in pace, non mi permetterà di continuare a vivere la mia vita.

Calde, grosse lacrime non smettono per un instante di rincorrersi sulle mie guance avvolte da un pallore mortale.

Improvvisa, nel sentire la sua Porsche baciare la mia utilitaria, una nuova consapevolezza s’impossessa di me, frenando il mio tremore, allentando la presa delle mie mani sulla superficie ruvida del volante.

Non lascerò che mi abbia.

Non lascerò che mi trasformi in un altro pezzo della sua collezione.

Non lascerò che mi privi della mia dignità.

Chiudo gli occhi, pregando che qualche dio magnanimo esaudisca la mia preghiera, che mi liberi dal mio tormento.

La mia auto sbanda, come soffiata via da una forza invisibile. Non riesco a controllarla. I freni non fanno presa. A breve mi schianterò contro quell’albero sempre più vicino. Probabilmente la sua corteccia ruvida sarà l’ultima cosa che vedrò.

Eppure è un sorriso quello che mi si dipinge sulle labbra rosse, umide di rugiada salata.

L’impatto è violento, il dolore tremendo, ma continuo a sorridere.

L’ultima cosa che sento, è un odore fresco, dolce, sopra quello rugginoso del sangue: alloro.

~o~

IFI

Era la mia compagna di giochi, da bambina.

Lei indossava graziose gonnelline rosa confetto, io vestiti dimessi dei miei fratelli. Il suo gioco preferito era “farci le trecce”, le sue mani morbide si divertivano tra i miei lunghi capelli color ebano. Il mio, invece, era “salvare la principessa”: quando, in groppa ad un manico di scopa, arrivavo a liberarla dalla prigione di sedie sotto il tavolo, mi saltava al collo e mi baciava con uno schiocco la guancia. Ero felice.

Era la mia migliore amica, da adolescente.

Lei portava i lunghi capelli biondi legati in una treccia morbida che mi divertivo a tirare, io ricci mori tenuti corti dal rasoio. Sdraiata sul suo letto accanto a lei, nei pigiami di flanella, mi parlava di ragazzi, di come le piacessero quelli “forti ma che sanno essere sensibili”. Iniziai a frequentare quotidianamente la palestra e a prendere lezioni di piano. Ero speranzosa.

È la persona che più amo al mondo, ora.

Lei ha sostituito i capelli vaporosi e i jeans a vita bassa con tailleur di tweed e chignon tirato sulla nuca, io con completi gessati e barba curata. Lavoriamo nello stesso ufficio. I miei sguardi verso di lei sono timorosi, i suoi sorrisi per me vacillano leggermente prima di tornare uguali a se stessi. Non voglio che scappi via da me, che abbia paura di chi mi sono rivelato essere. Sono spaventato.

Guardo il mio volto allo specchio, ma non saprei disegnarlo. Così diverso da quella che fingevo d’essere, così giusto per chi in realtà sono. La maschera ha lasciato posto a ciò che nascondeva, ed è strano quanto elettrizzante questo senso di libertà che il denudarmi mi ha donato.

Ogni mattina, al mio risveglio, punto gli occhi sul mio riflesso. A ricambiare il mio sguardo, ce n’è uno nocciola sempre uguale a se stesso. Con un dito traccio il loro contorno. Sono grato di questo immutato particolare: nessuna maschera può oscurare gli specchi dell’anima, chi mi conosce davvero saprà riconoscere il mio vero volto per quello che è. Spero che anche lei ci riesca.

Lei, lei, lei. Sempre e solo lei. L’unica capace di farmi sfiorare la volta celeste con la punta delle dita, con un solo sguardo. L’unica capace di farmi sprofondare nei meandri più oscuri della terra, distogliendolo bruscamente. C’è sempre stata lei ad occupare i miei pensieri. Non ricordo una sola volta in cui i suoi capelli biondi e i suoi grandi occhi cerulei, da bambola, non si siano presentati nei miei sogni, prepotenti.

È tanto che non la sento ridere di quella risata squillante, un po’ isterica, di cui mi sono innamorato. Mi chiedo se riascolterò mai quel suono di trombe celesti. Per il momento, mi accontento di guardarla da lontano, di sorriderle quando i nostri occhi s’incrociano, fondendosi l’uno dentro l’altro, diventando un tutt’uno. Ogni volta che questo succede, lei socchiude leggermente le labbra, come per dire qualcosa. Poi si riscuote, risponde al mio sorriso e scivola via, lontano.

Ma so che non mi odia. Non mi odia, riesco a leggerlo nelle sue sfere turchesi, e questo mi basta. Finché non mi odierà, nulla andrà perduto. È solo… timorosa, non ancora abituata allo sfolgorante bagliore della verità. È come se la vedessi battere le ciglia nel tentativo di abituarsi alla luce, dopo interi decenni di buio. Posso aspettare. Posso aspettare tutto il tempo che le serve per prendere confidenza con il vero me.

È successo di nuovo. I nostri sguardi si sono incrociati, liquefatti l’uno nell’altro. Muoio e rinasco ad ogni battito di cuore che, sordo, mi rimbomba nelle orecchie. Ecco di nuovo che socchiude i petali di rosa che ha per labbra. Ma questa volta c’è qualcosa di diverso che vibra nell’aria. L’istinto mi suggerisce che non mi sorriderà per poi voltarmi le spalle, questa volta sarà differente.

Si avvicina. È ad un soffio da me, ora. Lentamente, quasi timidamente, mi accarezza una guancia, disegnandomi la linea della mascella. Neanche per un istante i nostri occhi si sono slacciati. Mi chiama per nome, per il mio vero nome, quello che mi sono scelto.

«Sei bellissimo» mi dice.

Sorrido.

~o~

ECO E NARCISO

È bello.

Riccioli d’oro, occhi ambrati, sorriso sbilenco. Faresti di tutto per essere stretta, almeno una volta, dalle sue braccia marmoree, per sentire il suo sguardo su di te, per udire la sua voce vellutata salutarti. È figlio illegittimo di un dio, ne sono certa.

Ne sono innamorata, come potrebbe essere altrimenti? La sua perfezione mi abbaglia. Perfetto è tutto quello che fa, il momento in cui sceglie di farlo. Perfetti sono i suoi gesti, il suo tono di voce. Perfetto, perfetto, perfetto.

Non c’è da stupirsi che non noti qualcuno come me, butterata d’imperfezioni.

Il mio riflesso nudo allo specchio mi fa inorridire. Pizzico fili di grasso sulla pancia, sulle braccia, tra le cosce. Il mio volto potrebbe sembrare passabile, ma no, è troppo sciatto, anch’esso troppo tondo. Soffoco singhiozzi disperati seppellendomi il viso tra le mani. Forse sono queste ultime il mio unico vanto. Dita lunghe e affusolate da pianista. Forse con queste, con la mia musica, eco dell’amore che provo, riuscirò ad innalzarmi d’un gradino verso di lui, ad attirare il suo sguardo. Inizio a registrare le mie composizioni, quindi. Le suono con il massimo impegno, senza commettere errori che possano intaccare l’unica cosa perfetta che nella mia mediocrità riesco a produrre, le note musicali. Resto sveglia intere notti suonando, inviandogli quotidianamente il risultato dei miei sforzi.

Non mi risponde mai.

Ma io non demordo. Mi iscrivo in palestra nel tentativo di cancellare quegli orribili strati di grasso che penzolano dalle mie ossa, scopro nel cibo il mio peggior nemico.

Lui continua a non rispondermi.

Lentamente, intanto, lotto per diventare perfetta. Il mio peso sulla bilancia scende vertiginosamente, il volto mi diventa sempre più affilato, da folletto. Sono contenta.

Ma non è abbastanza. Lui continua a non notarmi, a non rispondere ai miei messaggi, ai miei sguardi, ai miei sorrisi.

Di più, devo impegnarmi di più.

Famiglia, scuola, amici, tutto perde di interesse. C’è solo palestra, piano, bilancia. Bilancia, piano, palestra.

Perfetta, perfetta, perfetta, devo diventare perfetta.

Passano le settimane. Un mese, due. Lui continua a non rispondere, ma io intanto ce l’ho fatta, ho perso ogni centimetro di grasso. Correttore per nascondere le occhiaie, ed eccomi, pronta ad essere esaminata dal suo sguardo divino. È a questo punto che trovo il coraggio di andare a parlare con lui.

Lo fermo dopo scuola, mentre va via con i suoi amici.

«Mi piaci.» gli dico, il cuore traboccante di adorazione ora che sento la pressione del suo sguardo sugli zigomi. Percepisco nitidamente quei due soli ambrati scandagliare ogni centimetro del mio nuovo corpo. Vado a fuoco.

«Tu no.» è la sua risposta lapidaria.

Mi volta le spalle. Scompare.

Tu no. Tu no. Tu no. Tu no.

Mi accascio al suolo, una marionetta a cui hanno tagliato i fili, un ammasso informe di vestiti in cui esile mi nascondo.

Tu no. Tu no. Tu no. Tu no.

Le mie labbra non smettono neanche per un’istante di articolare queste due piccole, devastanti, parole, eco delle sue, le uniche che mi ha riservato, le uniche che mai riceverò da lui.

Tu no.

Io no.

Non potrò mai essere abbastanza perfetta.

~o~

MEDEA

Sola in terra straniera. No, non è così. C’è lui al mio fianco. Mio marito, il padre dei miei figli. Ha detto di amarmi, ha giurato di onorarmi.

Dunque, perché non è al mio fianco, ora?

So cosa dice la sua famiglia di me, straniera, pezzente immigrata, d’una diversità impossibile da ignorare, impensabile da assecondare. Non gli importava cosa pensasse il mondo, mi aveva detto, sarebbe rimasto al mio fianco. Mi aveva sposata per metterle a tacere, quelle voci. Mi aveva sorriso, rassicurandomi.

“Dove sei, ora?”

Dov’è, allora? Chi è questa donna che si vocifera sarà la sua ‘vera’ moglie?

Determinata, mi sono strappata il cuore dal petto, offrendoglielo ancora pulsante, l’amore negli occhi.

Ho ripudiato la mia famiglia per restare al suo fianco.

Per dieci lunghi anni ho condiviso con lui sorrisi e lacrime, felicità e dolore, angosce e rassicurazioni.

Ho portato in grembo i suoi figli.

Come ha potuto dimenticare tutto ciò?

Perché mi ha abbandonato, orfana di una casa a cui tornare, di un futuro ormai inafferrabile?

Così tanti peccati commessi per amor suo, così tanta sofferenza caricata sulle mie esili spalle. Pensavo ne valesse la pena. Ma adesso non c’è più, mi ha abbandonata, dissolto nella luce del mattino come il più tenero dei sogni che al risveglio non lascia che amarezza. Amarezza. Ne ho così tanta. I nostri figli chiedono del loro papà, io non so cosa rispondere.

“Perché? Perché? Perché?”

‘Ci amiamo’.

Una certezza scossa dal più violento dei terremoti, sommersa dal più devastante degli tsunami, incenerita dalla più irruenta eruzione.

Fa così male, qui, al centro del petto. Un pulsare sordo che mi fa rannicchiare su me stessa, un futile tentativo di proteggermi. Tutto questo dolore. E’ troppo.

“Troppo, troppo, Troppo. Fa male.”

Poi, lentamente, l’amarezza lascia posto alla rabbia, la rabbia al dolore, il dolore al nulla più assoluto. Un nulla che mi tira a fondo, un nulla fatto di oscurità che inibisce i miei sensi. Sono un guscio vuoto, privo di emozioni.

È a questo punto che mi rendo conto di essere morta. Vuoti sono i miei occhi incapaci di piangere altre lacrime; vuote sono le mie fredde braccia inermi che non riescono a percepire più il calore dei miei figli; vuoto è il mio torace in cui non soffia più vita.

E cosa può fare una morta, in un mondo di vivi? Nulla, se non stare a guardare in disparte. Nulla, se non compiangere la vita perduta.

Nulla, se non pregare Vendetta di portare fiori sulla mia lapide.

Tutto ciò che mi rimane è sperare che muoia anche lui, solo, tramortito dal mio stesso dolore.

Di me non resta che l’indistinto eco di un grido d’agonia. Poi, mani rosse di sangue.

 

Martina Lovisi, IV A classico

 

Facebooktwittergoogle_plus