Pizzaiuolo“Fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa, vedrai che il mondo poi ti sorriderà”: così cantava il celebre cantautore napoletano Pino Daniele per esaltare la pizza, da sempre considerata dai napoletani, e non solo, molto più che un semplice alimento. E ora finalmente la pizza ha ricevuto il riconoscimento che meritava: o meglio, l’arte del pizzaiolo, che è stata dichiarata ‘patrimonio culturale immateriale’ dell’umanità dall’Unesco.

Il 7 dicembre 2017 si sono conclusi positivamente i lunghi negoziati iniziati nel 2009; un lungo lavoro, che ha visto l’impegno del capo dell’Ufficio legislativo della Regione Campania, Luigi Petrillo, e del ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina, nel preparare l’approfondito dossier di candidatura.  Ed è stato proprio il ministro ad annunciare questo successo con un tweet: “L’arte del pizzaiolo napoletano è patrimonio culturale dell’Umanità Unesco. Vittoria! Identità enogastronomica italiana sempre più tutelata nel mondo”.

Il Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco, riunito in sessione sull’isola di Jeju in Corea del Sud, ha valutato positivamente, e con voto unanime, l’unica candidatura italiana.

Nel comunicato della decisione finale l’Unesco non ha mancato di esporre i motivi di questa scelta: “il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale. I pizzaioli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da “palcoscenico” durante il processo di produzione della pizza. Ciò si verifica in un’atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale“.

Per l’Italia si tratta del cinquantottesimo “Bene tutelato”, il nono in Campania. L’arte dei pizzaioli napoletani  è il settimo “tesoro” italiano ad essere iscritto nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. L’elenco tricolore comprende anche l’Opera dei pupi, il Canto a tenore, la Dieta mediterranea, l’Arte del violino a Cremona, le macchine a spalla per la processione e la vite ad alberello di Pantelleria.

Le congratulazioni sono arrivate sia dal presidente della Regione, Vincenzo de Luca, (“La Campania è il luogo in cui l’eccellenza alimentare diventa cultura”, ha dichiarato; sia dal sindaco Luigi de Magistris: “Riconoscimento storico: grazie ai pizzaioli napoletani, che vivono ed operano a Napoli e in tutto il mondo, grazie a tutti quelli che hanno firmato per questa petizione. È il segno della potenza di Napoli attraverso la sua arte, la sua cultura, le sue tradizioni, le sue radici,la sua creatività, la sua fantasia.”

E in effetti la decisione sembra davvero scontata, se si analizzano i “dati della pizza” nel mondo: un business da 12 miliardi di euro; ci sono almeno 100 mila lavoratori fissi nel settore, ai quali se ne aggiungono altri 50mila nei fine settimana. Ogni giorno solo in Italia si sfornano circa 5 milioni di pizze nelle circa 63mila pizzerie, dove si lavorano durante tutto l’anno 200 milioni di chili di farina, 225 milioni di chili di mozzarella, 30 milioni di chili di olio di oliva e 260 milioni di chili di salsa di pomodoro. Gli americani sono i maggiori consumatori con 13 chili a testa, mentre gli italiani guidano la classifica in Europa con 7,6 chili all’anno. A seguire ci sono gli spagnoli (4,3), i francesi e i tedeschi (4,2), i britannici (4), i belgi (3,8) e i portoghesi (3,6). Chiudono la classifica gli austriaci con 3,3 chili di pizza annui.

Per festeggiare l’ambito riconoscimento a Napoli fin dall’alba è scattata la festa dei pizzaioli con aperture straordinarie e pizza gratis per tutti. Tra i forni attivi c’è anche quello in cui fu cotta quella che viene considerata la prima pizza margherita della storia. Nel giugno 1889 il cuoco Raffaele Esposito fu convocato al Palazzo di Capodimonte, residenza estiva della famiglia reale, perché preparasse per la regina Margherita le sue famose pizze, e ne realizzò una con pomodoro, mozzarella e basilico, che rappresentavano i colori della bandiera italiana: fu così che nacque la famosissima pizza margherita.

Da allora la pizza ne ha fatta di strada, tanto da diventare uno dei simboli non solo della cucina italiana, ma della cultura del Belpaese, la più ricca del mondo (l’Italia è infatti il paese che conta più patrimoni Unesco). Il suo successo non è dovuto solo alla sua gustosità e al suo inimitabile sapore, ma anche a ciò che rappresenta. Prendendo spunto dai colori della “regina delle pizze”, infatti, si può dire che questo prodotto ha in sé: il rosso della passione di chi la prepara; il verde della speranza che suscita in chi la consuma; il bianco della purezza della tradizione che rappresenta.

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