“Non li avete uccisi. Le loro idee continuano a camminare sulle nostre gambe”. Recitava così lo striscione appeso in piazza a Palermo nel maggio del 1993, a un anno dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Una frase che entra nelle nostre menti, spingendoci a riflettere su un qualcosa che non deve e non può essere dimenticato.

Del fatto che la mafia esista e sia forte siamo consapevoli tutti. Una cognizione forse fin troppo pessimista, che di certo non rappresenta un invito ad andare avanti. Ma Giovanni Falcone, in un’intervista rilasciata qualche mese prima di morire, ce lo disse forte e chiaro: c’è speranza. Ed è di vitale importanza non deporla mai, ma, con essa, cercare di arginare ciò che il magistrato definiva “un fenomeno terribilmente serio e molto grave”, che ha sempre avuto il nome di mafia.

Sono passati venticinque anni da quando il giudice Falcone fu ucciso assieme a sua moglie e a tre agenti di scorta da cinquecento chili di tritolo posizionati sotto un tunnel presso lo svincolo di Capaci. Nella mente di tutti resta fissa un’immagine che fa rabbrividire ancora. Momenti in cui la mafia credeva di aver vinto, in cui la gente abbandonò ogni desiderio di cambiare le cose.

Alla fine la domanda ricorrente era: davvero è necessario tutto ciò? Risposta: forse sì, era necessario. C’era bisogno di un vero e proprio impegno arduo, che avesse alla base un coraggio ricco di determinazione e voglia di cambiare. Il sacrificio di Giovanni Falcone prima, e di Paolo Borsellino un mese e mezzo dopo, hanno spinto il popolo siciliano a quella ribellione che Peppino Impastato aveva chiesto più volte ai concittadini di Cinisi.

Ai funerali di Borsellino le persone cercarono in tutti i modi di partecipare, dando prova di una voglia di lottare, di un desiderio di riscatto e di libertà che la mafia aveva soffocato e che il sangue aveva coperto in quegli anni oscuri.

Ed è qui che la frase citata all’inizio assume il suo significato più profondo e forte: la mafia può anche averli tolti dal mondo, ma le loro idee sono presenti ancora oggi ed è compito nostro tutelarle. Solamente attraverso il loro ricordo e il nostro impegno possiamo veramente far sì che non siano, oltre alle bombe, l’indifferenza e l’omertà ad eliminarli.

In quel 23 maggio del 1992, gli “uomini d’onore” della mafia hanno veramente pensato di esserne usciti vincitori, avendo eliminato “il giudice bastardo che li metteva nei guai”. Ed è proprio da quest’illusione che ha avuto inizio la loro sconfitta.

 

Dario Gargiulo, III A classico

Facebooktwittergoogle_plus