Sfatiamo un mito, una volta e per tutte: la vicenda su cui si basa la celebrazione dell’8 marzo non è mai esistita. Il famoso incendio di una fabbrica americana del 1908 in cui si crede fossero bruciate vive decine di donne è un falso storico – non c’è mai stato. Non per questo, tuttavia, l’importanza di questa ricorrenza è da sminuire: anche se non in quel giorno specifico, è un dato di fatto che migliaia di donne sono morte per la rivendicazione di quei diritti basilari che erano loro negati. E negli ultimi decenni questo sacrificio pare aver dato i suoi frutti: diritto al voto, al lavoro, all’aborto, al divorzio, fecondazione assistita… Eppure, ancora non basta.

PENULTIME IN EUROPADonne

In Europa siamo i penultimi: lo dicono le statistiche. In Italia lavora una donna su tre, contro la situazione europea che ne vede almeno una su due farsi carico della propria famiglia. Al sud la situazione peggiora: appena il 30,3% della popolazione femminile ha un’occupazione. Più numerose sono le donne in carriera senza figli che quelle con bambini piccoli da accudire, complice la disorganizzazione del sistema scolastico italiano. È solo il 6% dei bambini, infatti, ad avere la possibilità di frequentare gratuitamente un asilo nido pubblico mentre i genitori lavorano, contrariamente a quanto accade in paesi come il Belgio e la Francia (rispettivamente il 30% e il 40%).

Eppure una ricerca dell’Istat sul “conciliare lavoro e famiglia” mostra che le donne sono di gran lunga più capaci degli uomini di prendersi cura della casa e lavorare contemporaneamente. È, fondamentalmente, la possibilità ad essere negata. Le paghe sono di circa un quarto più basse di quelle dei colleghi maschi; raggiungere i posti gerarchicamente più alti è, poi, quasi un miraggio. Per non parlare delle difficoltà che sorgono in caso di maternità e i numeri sempre più alti di licenziamenti e molestie sul posto di lavoro: questo basta a scoraggiare molte donne dall’intraprendere una carriera, accontentandosi di lavori part-time o di restare in casa.

INVESTIRE NELLE DONNE PER MIGLIORARE LO STATO

Ancora una volta, sono i dati a mostrare quanto quest’atteggiamento sia nocivo non solo nei confronti dell’emancipazione femminile, ma anche per lo Stato stesso. Economisti e specialisti di tutto il mondo affermano che se una donna lavora il reddito familiare aumenta, e di conseguenza anche la ricchezza del paese. Se si investisse nei servizi sociali necessari a tutelare e garantire i diritti delle donne, dunque, a guadagnarci sarebbe tutta l’economia. Sembra un paradosso, rispetto a quanto accade attualmente.

È questa, quindi, la “relazione complicata” della donna con il lavoro: alle donne il lavoro serve e al Paese servono le donne che lavorano. È in quel mare che passa tra il “dire” e il “fare” che, poi, va storto qualcosa.

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