BATTLE ROYALE: L’ORIGINE DEI ROMANZI DISTOPICI STILE “HUNGER GAMES”

Battle Royale è un romanzo distopico scritto dall’autore giapponese Koushun Takami nel 1996 ma pubblicato solo nel 1999. E’ il romanzo che ha ispirato decine di libri, videogiochi e film, non da ultimo la famosissima serie di libri per ragazzi, Hunger Games, diventato best seller e dal quale sono stati tratti film che hanno vinto più di un Oscar. Takami ha rivoluzionato la letteratura internazionale, ideando per primo questo genere. Ha scatenato inizialmente in patria controversie e scandalo ma, molto tempo dopo, il suo libro – rimasto l’unico da lui scritto – è diventato un best seller di culto.

TRAMA: LA REALTA’ NELL’INVENZIONE

Nel mondo di Battle Royale, ci troviamo in un 1997 dove regna la Repubblica della Grande Asia dell’Est, una struttura totalitaria giapponese. Ogni anno una classe di quindicenni viene estratta per partecipare al “Programma”, un contorto “gioco” dalle regole cruente e cervellotiche che prevede l’uccidersi a vicenda da parte degli studenti della classe selezionata, finché non rimarrà un solo vincitore. Il 1997 è l’anno della terza B della scuola media Shiroiwa, formata da 40 ragazzi.

Ricco di descrizioni crude, asciutte, che lasciano un senso di inquietudine, questo romanzo conduce per mano il lettore a conoscere le storie e i sentimenti dei singoli personaggi e dimostra quanto attaccamento ha l’essere umano per la propria vita e che cosa sia disposto a fare – spinto dalla disperazione o dalla pura follia – pur di preservarla. Un romanzo che, seppur non incontrando i gusti di tutti, riesce a tener incollati fin dalla prima pagina e a trascinare in un mondo che pare incredibilmente chiaro e credibile; una storia narrata con tale naturalezza da far quasi credere al lettore che potrebbe realmente esistere una società come quella.

Anzi, quello di Takami sembra essere un modo per descrivere ciò che avviene, sempre più spesso, nelle numerose guerre civili che scuotono il nostro pianeta, ma che non riescono a toccare noi, che ci sentiamo così distanti da quella realtà. I personaggi di questo avvincente romanzo sono ragazzini che si conoscono da molto tempo, in alcuni casi fin dall’infanzia, e che si trovano ad affrontare una di quelle situazioni che essi ritenevano lontane e distanti, che non pensavano potessero accadere “proprio a loro”. Vivono la sorpresa e il rifiuto iniziale, tramutandoli poi in consapevolezza e da qui in disperazione e follia; ma anche in questo clima, c’è chi riesce ad avere non coraggio – cosa che ci si aspetterebbe da qualsiasi romanzo di sopravvivenza – ma compassione. Ed è quest’ultima che l’autore premia, pur con una serie infinita di ostacoli; la compassione, il desiderio di voler salvare chi è accanto a sé, oltre che se stessi. Il riuscire a conoscere e a riconoscere le altre persone non come potenziali assassini o vittime, diventa più importante dell’abilità nel premere un grilletto o del trovare i punti migliori in cui riuscire a nascondersi.

 E non è forse questo un messaggio volto all’umanità tutta? Un messaggio che dice che quei freddi numeri, quelle fredde percentuali di morti, in ogni guerra o carestia, sono vite umane; e che non basta la fredda e distante pietà, che gratifica unicamente l’uomo benestante, al riparo nella propria abitazione. C’è bisogno di una mano tesa a proteggere e di un’altra stretta in un pugno per combattere, per difendere ciò in cui si crede.

Martina Lovisi, 3A classico

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