Oggi uno dei temi maggiormente discusso è quello della disparità fra uomo e donna. Queste ultime, infatti, hanno spesso degli svantaggi proprio a causa del loro sesso. Nonostante i grandi passi in avanti fatti negli ultimi anni grazie alle lotte per l’emancipazione femminile, ove più lievi, ove più accentuate, esistono ancora delle differenze. Ma qual era la condizione della donna nella società romana?

Secondo il mos maiorum, cioè la tradizione degli antenati, una donna virtuosa doveva essere casta, dedita al lavoro, fedele al marito, rispettabile, onorevole e dignitosa, come ricorda una celebre epigrafe: “Casta fuit, domum servavit, lanam fecit” (Fu casta, servì la casa, lavorò la lana).

In realtà la donna era considerata un vero e proprio oggetto vivente nelle mani dell’uomo. Infatti la società romana era estremamente maschilista, e la donna si trovava così in una situazione di inferiorità. Una situazione riscontrabile sin dai primi momenti di vita della neonata.  Le femmine erano, infatti, spesso a rischio di esposizione, cioè il padre poteva decidere di non riconoscere la figlia, abbandonandola per strada (il che permetteva a chiunque di prenderla e di farne una propria schiava), o addirittura di ucciderla. E si faceva questo perché si cercava l’erede maschio.

Una differenza si può notare anche nel sistema onomastico: un cittadino romano aveva ben tre nomi; la donna, invece, ne aveva solo uno, che derivava dalla propria gens, e quindi serviva esclusivamente a indicare l’appartenenza a un gruppo familiare. Il non voler dare loro un nome vero e proprio si crede derivi dal fatto che si riteneva che delle donne perbene si dovesse parlare poco.

Le bambine romane venivano promesse in spose fin dalla tenerissima età. Già a 12 anni potevano sposarsi, poiché si riteneva fossero pronte per avere figli.  I matrimoni non erano quasi mai ‘questioni di cuore’, ma erano combinati solo per stabilire alleanze fra le potenti famiglie patrizie. Gli interessi erano esclusivamente economici e politici. Spesso si accordavano i padri degli sposi, oppure il padre della sposa con il futuro genero; la donna non era mai considerata, poiché ritenuta semplice merce di scambio. Generalmente erano costrette a sposare uomini molto più anziani loro, che spesso erano veri e propri sconosciuti.

La donna doveva arrivare al matrimonio vergine, addirittura senza aver mai baciato un uomo. Per quest’ultimo, invece, la situazione era completamente diversa. Era tradizione che a una certa età i ragazzi facessero ‘pratica’, intrattenendo il loro primo rapporto sessuale.

Esistevano due tipi di matrimonio, cum manu e sine manu. Il primo avveniva quando la “manus” della sposa, cioè la proprietà, passava dal padre al marito. Quando ciò non avveniva era detto sine manu. Da ciò deriva l’espressione attuale: ”Vorrei la mano di sua figlia”.

Una volta finito il banchetto del matrimonio, si svolgeva uno dei riti più particolari della tradizione romana. Avveniva un finto rapimento della sposa, che veniva portata dalla casa paterna a quella del marito. Si crede che questa tradizione servisse a mantenere viva la memoria del ratto delle Sabine. Una volta arrivata alla casa del marito, si consumava la parte peggiore dell’intero rito. La giovane sposa era costretta ad andare a letto con il marito, e spesso ciò si trasformava in una vera e propria violenza sessuale.

Ancora oggi, su circa 70 milioni di donne nel mondo fra i 20 e i 24 anni, oltre un terzo si sono sposate prima di aver compiuto 18 anni. Si calcola che nel 2020 altri 142 milioni di bambine si sposeranno prima di questa età, quindi ben 37000 ogni giorno. Una delle conseguenze di questo fenomeno è l’alta mortalità dovuta a parti precoci, con 50000 morti ogni anno.

Dopo il matrimonio, alla moglie venivano affidate l’amministrazione e l’economia della casa. Quindi si trovavano in una situazione privilegiata rispetto alle donne di ceto sociale più basso, come schiave, serve, prostitute e attrici. Queste, poiché non erano costrette a sposarsi, avevano però una maggiore libertà, a differenza delle matrone, la cui indipendenza era fortemente limitata. Ad esempio, potevano uscire solo se accompagnate da una serva, chiamata pedissequa. Inoltre erano sottoposte alla patria potestas, cioè all’autorità del pater familias, fino alla loro morte. Il padre o il marito potevano anche decidere della loro vita. Un uomo aveva il diritto di uccidere sua moglie in tre casi: se aveva commesso adulterio (anche se con Augusto divenne un reato contro lo stato e non più contro il marito, quindi punibile dalla legge con l’esilio e la confisca di metà del patrimonio); se aveva ingerito sostanze per abortire senza il suo consenso;  se aveva sottratto le chiavi della cantina, dove era custodito il vino, poiché ad esse era proibito berlo. A questo riguardo, esisteva una particolare legge romana, la ius osculi, che imponeva alla donna di baciare sulle labbra almeno una volta al giorno il marito, affinché quest’ultimo potesse verificare che non avesse bevuto vino. Si pensava infatti che se una donna beveva, perdeva il controllo e tradiva il marito. Questi poteva ucciderla in vari modi: chiudendola in cantina e facendola morire di fame e di sete; massacrandola con bastonate; addirittura gettandola dalla finestra. Era anche assolutamente normale il fatto che il marito picchiasse la moglie.

Ancora oggi solo in Italia viene uccisa una donna dal marito, dal fidanzato o dall’ex ogni due giorni.

In epoca romana, in compenso, fu varata una specie di legge contro lo stalking. In pratica nessuno poteva fare pressioni psicologiche su una nobildonna romana, pedinarla o addirittura toccarla per strada.

Poiché il matrimonio non avveniva per amore, era ovvio che entrambi i coniugi lo cercassero altrove. La differenza era però che l’uomo poteva tranquillamente avere rapporti extraconiugali, mentre alla donna era proibito, e perciò doveva essere particolarmente cauta in questo tipo di relazioni. Inoltre l’omosessualità femminile era considerata la peggiore delle depravazioni, mentre quella maschile non solo era accettata, ma anche largamente praticata.

Sotto Augusto, però, migliorò notevolmente la situazione delle donne, che iniziarono così ad emanciparsi. Ad esempio poterono divorziare, mentre prima solo il marito aveva la possibilità di farlo; ricevere un’eventuale eredità paterna, che garantiva loro l’indipendenza economica; ricevere una migliore istruzione, tanto che ci furono donne avvocato e scrittrici. Questo però provocò negli uomini una diffidenza che si può riscontrare nella sesta satira di Giovenale, nella quale il poeta latino si scaglia violentemente contro le donne, accusandole di essere lussuriose, adultere, dissolute e avvelenatrici.

La situazione di inferiorità della donna era giustificata dai romani con delle presunte qualità negative femminili, come l’ignoranza della legge, l’inferiorità naturale, la debolezza sessuale e la leggerezza d’animo.

Un confronto con la situazione femminile odierna fa crescere lo sdegno per il fatto che oggi, in alcune parti del mondo, ci sono donne che vivono in condizioni peggiori di quelle di 2000 anni fa. I dati riportati in precedenza, riguardo le spose bambine e il femminicidio, sono assolutamente inaccettabili per una società moderna o che almeno  si proclama  tale.

Giuseppe Cirillo III G

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