festa-donna-600x600Tutto nasce dalla parola rispetto, che finisce per assumere sfumature di significato differenti. Il rispetto si conquista, eppure, spesso è ereditato da un pregiudizio.

Il rispetto è consapevolezza, ma tante volte la consapevolezza si basa su opinioni irrazionali. Tante volte, per questo motivo, le persone hanno sviluppato una morale soggettiva, che le ha rese artefici della propria giustizia, una giustizia ritenuta “giusta” perché rinchiusa nelle quattro mura delle convinzioni.

La verità è che è più semplice chiudere le tapparelle anziché guardare fisso il sole, rischiando di restare accecati.

Ed è questo che succede, succede che ciò che non si conosce spaventa, perché non ti permette di avere il controllo.

E si sa che ciò che non si controlla prima o poi scivola come sabbia dalle fessure delle proprie dita. L’uomo un po’ per natura, un po’ per convinzione, ha sempre ritenuto la donna inferiore. Ma la donna, nel suo mistero, è stata sabbia, sabbia repressiva.

L’uomo non vedendo altro modo, per palesare il suo controllo se non imprimere la propria forza, è stato un codardo mascherato!

E così, nello spettacolo Donnamore, ci vengono presentate le donne, i fatti, ma non gli uomini! Gli uomini restano nell’ombra, nascosti dalle loro maschere.

Invece, le figure femminili che subivano violenza vengono alla luce: denunciano, raccontano, si sfogano, ma ciò nonostante continuano a reprimere qualcosa.

Sì, si sa che l’amore spesso occulta la realtà, oppure ti fa credere di poterla cambiare, ma la rabbia delle protagoniste potremmo definirla come una mezza rabbia, perché addolcita dal miele, ormai cristallizzato del vecchio amore. Ma ad essere cristallizzato non è solo l’amore, sono anche le lacrime bloccate nel tempo!

Le loro storie sono unite dalla sofferenza e rette dall’amore. I loro passi hanno segnato la terra e sono rimasti indelebili nei secoli; hanno costituito le orme verso una meta ancora non pienamente raggiunta: quella della parità dei sessi. E trovano, davanti a loro, un cammino tortuoso, reso gelido e scivoloso dai pregiudizi, sciolti in acqua dal calore dei piedi che li calpestano. Ma come si può camminare sull’acqua?

La realtà è che tutto è possibile se vi riponi speranza. E allora perché non riporla nelle parole? Perché non denunciare?

Intanto tutta l’erba non è di un unico fascio! È cercando le radici, anche quelle più in profondità, che è possibile conoscere, comprendere e arrabbiarsi, perché i numeri crescono! Ma, in un secondo momento bisognerebbe restare impassibili, perché la fermezza dona ragione! L’unica certezza che posso dare è che le parole, se scelte con cura, possono renderti più libera di un gabbiano che sorvola il mare: non è lecito privarsi anche di questo.

Clarissa Avagnano, II C sc.

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