Acropili-di-Atene-“Il greco non serve a niente, certo, ma serve molto meno la persona che non lo legge e che non lo conosce perché non ha capito l’utilità dell’inutile, anzi la bellezza dell’inutile. Non si vive solo di utile.”

Con questa citazione il famoso cantautore Roberto Vecchioni ha concluso una sua lezione presso l’auditorium di Roma.  E’ così che, spesso, gli studenti del liceo classico giustificano la loro iscrizione ad un istituto considerato oramai “oltrepassato” e “inutile” ai fini di un futuro lavorativo.
Sicuramente siamo tutti d’accordo sul fatto che altri indirizzi abbiano un’utilità maggiore in particolari campi lavorativi: il liceo scientifico, infatti, conferisce un’adeguata preparazione nelle materie scientifiche che al giorno d’oggi sono fondamentali in ogni settore. Allo stesso modo il liceo a indirizzo linguistico permette di raggiungere una conoscenza delle lingue sempre più richiesta in ogni campo lavorativo. Allora la domanda, che giunge spontanea, riguarda proprio l’utilità, il fine, il beneficio che un ragazzo può trarre da un corso di studi prettamente umanistico.
Sono richieste al giorno d’oggi precise conoscenze umanistiche nel mondo del lavoro? A meno che non si tratti di insegnare, la risposta è chiaramente no. A cosa potrebbe mai allora servire in futuro conoscere Dante, Petrarca o Platone? La risposta di 8 persone su 10 sarebbe, ovviamente, “a nulla”: a meno che non si debba partecipare a un convivio o a un salotto culturale, le conoscenze umanistiche non sono generalmente richieste. Perché allora ci ostiniamo a voler scegliere questo liceo classico, se esso non ha alcuna utilità?
Tutte domande giuste, secondo la mentalità utilitaristica diffusa nella nostra società; ma se provassimo ad analizzare la situazione da un altro punto di vista?
Non è forse sbagliato che un ragazzo debba giustificarsi con i  suoi amici per il fatto di avere scelto il liceo classico? Non è forse sbagliato lo stesso interrogarsi sull’utilità delle conoscenze umanistiche?
Se esse non hanno ragione di esistere, perché mai numerosi poeti, fin dall’antichità,  avrebbero dovuto sprecare anni della loro vita a scrivere, a creare opere il cui destino è quello di essere dimenticate dalle epoche future?
Forse, per permettere all’uomo di differenziarsi dagli altri esseri viventi, che non hanno la possibilità di pensare, esprimersi  e aprirsi all’altro; o forse, per dare voce a sentimenti universali e condivisi, per tentare di dare una risposta ai grandi interrogativi che in ogni epoca ci si pone, per scandagliare le pieghe del nostro animo, fino a divenire e a riscoprirsi, in una parola,”humani”…
Allora, chi davvero può stabilire cosa sia utile e cosa no? La società? Non siamo forse noi la società? Proviamo allora ad imparare a distinguere cosa é davvero utile da ciò che invece non lo è. Impariamo, come ci insegna Vecchioni, a scoprire l’utile in quello che convenzionalmente viene definito inutile. Impariamo a scoprire, a conoscere, a metterci alla prova, ad andare oltre quello che vogliono farci vedere; grazie agli strumenti di questi ostri studi, ci riusciremo facilmente. E forse ci renderemo conto che, fondamentalmente, l’unica cosa di cui ciascuno di noi non potrà essere mai privato è la nostra cultura, la nostra ‘inutile’ grande ricchezza.

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