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Villa delle Ginestre, facciata

“Qui su l’arida schiena / del formidabil monte / sterminator Vesevo, la qual null’altro allegra arbor né fiore / tuoi cespi solitari intorno spargi / odorata ginestra…” Con queste parole ha inizio la prima strofa de La Ginestra, lirica del 1836 in cui, a partire da una poderosa rievocazione della potenza distruttrice del vulcano, Leopardi muove un’aspra polemica contro lo spiritualismo e l’ottimismo progressista del suo tempo, per poi tracciare un nuovo modello di progresso basato sulla solidarietà degli uomini uniti contro la natura matrigna. Non tutti sanno, forse, che il testamento poetico ed ideologico del poeta recanatese fu scritto nel cuore del nostro territorio, durante il soggiorno del poeta presso una villa situata nell’attuale territorio di Torre del Greco, all’epoca appartenente alla famiglia dell’amico napoletano Antonio Ranieri. L’edificio, noto appunto come Villa delle Ginestre, lo scorso 10 dicembre ha aperto le porte a un gruppo di circa cinquanta studenti del nostro istituto che, accompagnati dalle loro professoresse , hanno potuto visitare gli ambienti interni ripercorrendo attraverso la visione di una serie di filmati gli ultimi mesi di vita del poeta.

Già all’ esterno, però, la villa conserva importanti segni della sua travagliata storia: costruita nel XVIII secolo per ospitare i soggiorni estivi del teologo napoletano Giuseppe Simioli, che vi ospitò personaggi del calibro di Luigi Vanvitelli, fu utilizzata per lungo tempo come casa colonica – come sembra confermare la semplice pianta quadrata su due livelli, arricchita solo nel 1907 di un portico di architettura neoclassica. Fu all’inizio dell’Ottocento che la residenza passò nelle mani della illustre famiglia Ferrigni, il cui discendente, Giuseppe, la prestò infine al giovane cognato Ranieri perché vi conducesse il cagionevole amico Leopardi a trascorrere l’estate. Acquistata nel 1962 dall’Università Federico II e offerta in comodato d’uso all’Ente Ville vesuviane, la villa è rimasta abbandonata all’incuria sino ai primi anni ’90, quando il Centro Studi leopardiani di Recanati ne ha finanziato il restauro.

Accedendo all’atrio posto all’ingresso della villa, si nota immediatamente la mancanza di mobilio; i numerosi passaggi di proprietà, infatti, hanno radicalmente mutato le condizione degli interni, che si conservano intatti solo nella stanza che ha ospitato il poeta, venerata quale vera e propria reliquia dai proprietari successivi. Ad essa si giunge dopo aver attraversato una serie di ambienti in cui diversi filmati rievocano le vicende biografiche del poeta e, in particolar modo, il tormentato rapporto che ebbe con la città di Napoli, diviso tra l’iniziale ammirazione per la vitalità dei popolani e il disprezzo dell’inflessibile rigidità degli ambienti intellettuali. Una volta nella stanza, si viene colpiti dalla straordinaria vista offerta dalla terrazza – all’epoca ridotta a uno stretto balconcino – e dai resti del mobilio: la struttura di un letto, un appendiabiti, un mobile a cassettoni e uno scrittoio in legno. Non numerosi, certo, ma sufficienti a ricreare un’atmosfera che riempie il visitatore di un’emozione profondissima. Sembra quasi di sentire l’affannoso respiro del poeta chino sul ligneo scrittoio, di essere carezzati dal soave profumo dell’ “odorata ginestra”  in cui egli volle vedere la dignità profonda che l’uomo nobile deve mostrare dinanzi alla crudeltà distruttrice della natura. Un’emozione, questa, che può venire solo dalla grande poesia.

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