images (1)Chi non ha paura del  “per sempre”? In Italia, come in tutto il mondo, la percentuale di persone che sfidano se stessi, tatuandosi il corpo in maniera irreversibile, cresce sempre di più. La società comincia solo ora a porsi questo problema, anche se il culto del tatuaggio esiste ormai da millenni. Si hanno testimonianze addirittura sui Britanni o sugli Scozzesi, che si dipingevano il corpo di azzurro per intimidire i nemici in battaglia, o su popolazioni del Sud-Africa, nella cui gerarchia gli unici indegni di portare tatuaggi erano gli schiavi. Il tatuarsi, a quel tempo, era sinonimo di potere ed onore, e le varie incisioni o scritte venivano portate con orgoglio e il più in vista possibile da re, principi o eroi di guerra. Successivamente, però, il tatuaggio è diventato l’esclusivo marchio di marinai, drogati, o ex-galeotti. Ha così acquistato una connotazione negativa, diventando la causa di pregiudizi infondati e sguardi indiscreti. La moda della trasgressione però ha sempre dilagato fra i giovani, i quali da qualche decennio hanno cominciato a tatuarsi citazioni, versi di poesie o canzoni, trattando con estrema superficialità il proprio corpo, tingendolo irreversibilmente, magari solo per un capriccio. Inoltre molto spesso le condizioni igieniche o di sicurezza degli strumenti necessari sono scarse, e la possibilità di infezioni, malattie o anche semplici sgarri da parte di un tatuatore inesperto sono altissime. Le autorità hanno così vietato

ai minori di diciotto anni, anche se accompagnati dai genitori, (magari anch’essi esaltati quanto i figli), di farsi tatuaggi di alcun tipo. Purtroppo, questo non ha contribuito molto ad arrestare l’ondata di orrende esibizioni  di enormi ancore, frasi di canzoni rock, dediche alla mamma e tante altre dimostrazioni di alta classe e buon costume. Il tatuaggio andrebbe fatto in un’età in cui si è responsabili e pienamente consapevoli delle proprie azioni, in cui si è capaci di riconoscere un capriccio da qualcosa che si desidera davvero, e di essere pronti alle conseguenze che il tatuarsi comporterà. Infatti, secondo recenti ricerche ed esperimenti sociali, una persona tatuata non viene vista di buon occhio, soprattutto da chi è in età abbastanza matura, quindi è molto difficile che si assuma un tatuato solo per l’immagine che potrebbe trasmettere alla clientela in situazioni ed ambiti in cui il soggetto in questione dovrebbe lavorare continuamente a stretto contatto con la gente. Dà infatti l’idea di sporco, o di poco di buono.

Il tatuaggio, però, può anche essere considerato come un’innocente espressione di sé, ovviamente quando rientra nei limiti della decenza. Secondo lo scrittore e tatuatore  Nicolai Lillin, infatti, un tatuaggio è una forma di comunicazione, e tatuare qualcuno è come essere un parroco che confessa qualcuno, scoprendo i suoi segreti e tutte le sfaccettature del suo essere. Tatuarsi può,  quindi, essere uno sfogo, un modo di imprimersi sulla pelle qualcosa che ha segnato per sempre la storia della nostra vita, e non importa se è un disegno enorme o un simbolo incomprensibile a chi non sa leggerlo, o una frase che pochi possono comprendere a pieno. Significa qualcosa di importante, per la quale si è pronti a combattere con gli sguardi curiosi della gente e con i pregiudizi spietati di molti. Non guardate al tatuaggio come ad un’espressione di egocentrismo o di cafonaggine. Guardatelo come un pezzo di vita troppo importante per essere tenuto nel cuore e basta,  come un ricordo troppo forte, che vuole più spazio, e si prende la pelle. Allora, chi non ha paura del “per sempre”?

Ester Pinto, 3A classico

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